La festa
Per diversi secoli Catania ha festeggiato tre ricorrenze in onore della concittadina vergine e martire sant'Agata: l'anniversario del martirio, il 5 febbraio; la traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Catania (dopo il 1126), il 17 agosto; il patrocinio per la cessazione della peste del 1576, il 17 giugno. Ricorrenza, quest'ultima, abolita in applicazione della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Nel tempo questi festeggiamenti hanno subito diverse variazioni.
La più antica descrizione certa e completa dei festeggiamenti risale ai secoli XVI e XVII, grazie alle testimonianze lasciateci da Alvaro Paternò, con il suo "cerimoniale" del 1522, e alle memorie storiche di Pietro Carrera e Giovanni Battista Guarneri, pubblicate, rispettivamente, nel 1641 e nel 1651.
La festa principale si svolgeva tra il 1° e il 12 febbraio. Il 1° febbraio si teneva la fiera, una delle principali dell'isola per qualità e quantità di prodotti; si teneva tra il quartiere della Civita e l'attuale piazza Università, in seguito si tenne a piazza Duomo. Una messa solenne in Cattedrale dava inizio ai festeggiamenti: vi partecipavano tutte le autorità cittadine, con le insegne del proprio potere.
La mattina del 2 febbraio le autorità cittadine, insieme, si recavano al palazzo vescovile e accompagnavano il vescovo in Cattedrale dove assistevano alla celebrazione della festa liturgica della Purificazione della Vergine Maria. Nel pomeriggio si teneva la corsa del palio, o meglio dei palii visto che i gonfaloni da assegnare ai vincitori erano quattro.
La giornata del 3 febbraio era segnata dalla processione per l'offerta della cera: vi partecipavano tutte le autorità e le classi sociali. Erano circa una trentina i ceri votivi delle corporazioni di arti e mestieri (detti “gilii”), di forma e numero differenti dalle attuali candelore. La processione era detta della “luminaria” perché la cera offerta era destinata ad illuminare l'altare di sant'Agata in Cattedrale. Nel sec. XVI la processione partiva dalla chiesa di Sant'Agata la Vetere; nel secolo successivo, invece, dalla porta di Iaci (attuale piazza Stesicoro). Non mancava, ovviamente, lo sparo di fuochi d'artificio, con il momento più atteso la sera del 3 febbraio. Dopo i fuochi, numerosi lumi venivano accesi sulle finestre delle abitazioni, del palazzo di città e sul campanile della Cattedrale.
Il 4 febbraio si svolgeva l'unica processione con le reliquie della Santa facendo, prima del terremoto del 1693, il giro delle mura della città della parte esterna a causa delle strette strade medievali e della numerosa popolazione che vi prendeva parte. Il busto reliquiario e la cassa con le reliquie erano trasportate sul fercolo, condotto dai devoti e sotto la vigilanza delle autorità ecclesiastiche e civili. Il fercolo, o bara, era portato a spalla da circa 180 devoti che, quando stancavano, si davano il cambio con altrettanti che procedevano vicini; tutti loro appartenevano alle classi medio alte della società catanese.
I devoti erano detti "ignudi": erano avvolti soltanto da una tovaglia attorno al bacino, secondo una prassi abbastanza comune nelle forme di religiosità popolare, e andavano a piedi scalzi. In seguito, dalla seconda metà del Seicento, cominciarono ad indossare una tunica bianca cinta ai fianchi da un cordoncino, un berretto rotondo nero di velluto, guanti bianchi e in mano un fazzoletto bianco - cosi come era praticalo in molte confraternite e come è oggi - e alla fine dell’Ottocento iniziava a scomparire ormai la pratica di andare a piedi scalzi. Lungo il percorso, al passaggio delle chiese dei religiosi, questi prestavano omaggio e si univano ai fedeli, portando la propria croce processionale, fino alla chiesa successiva.
Il 5 febbraio la festa si svolgeva soltanto dentro la Cattedrale, con l'esposizione delle reliquie e la Messa solenne presieduta dal vescovo, con l'esecuzione dei canti della cappella musicale del duomo. Questi andava in chiesa e tornava in episcopio accompagnato dalle autorità cittadine e dai canonici del capitolo. Dopo la Messa la Cattedrale restava aperta tutto il giorno, per la devozione dei fedeli, e si chiudeva con il canto dei Vespri e i fuochi d'artificio.
Per tutta l'ottava si teneva l'esposizione delle reliquie e la predica di un predicatore diverso per ciascun giorno. Il 12 febbraio il rito era identico a quello di giorno 5, con l'aggiunta di una processione del busto reliquiario all'interno della Cattedrale.
L'altra festa si celebrava il 17 agosto, in ricordo del ritorno a Catania da Costantinopoli delle reliquie di sant'Agata. Alla celebrazione liturgica, conseguente al ritorno, si affiancarono festeggiamenti esterni e di più giorni per la prima volta dal 1554 e stabiliti dalle autorità cittadine. All'esposizione del busto reliquiario in Cattedrale e alla Messa solenne, dopo i Vespri seguiva una processione delle reliquie dentro il duomo e lungo le vie adiacenti. Nel Settecento si teneva pure la corsa del palio, cui assisteva il vescovo con le altre autorità cittadine; seguiva l'esecuzione di un oratorio sacro su tematiche desunte dagli atti del martirio di sant' Agata; un carro, costruito ogni anno, su cui prendevano posto cantori e orchestrali, con alla sommità una statua della santa patrona, veniva tirato da buoi lungo le vie principali della città. l festeggiamenti presero il nome di festino, come a Palermo nella festa di luglio in onore di santa Rosalia.
Attorno ai festeggiamenti ufficiali vi erano delle usanze popolari. In particolare due: le maschere, venivano indossate il 3 febbraio specialmente dai giovani, garantivano l'anonimato e favorivano comportamenti scorretti; le 'ntuppateddi, donne di ogni ceto sociale che nei giorni 4 e 5 febbraio da sole andavano in giro per la città, mescolandosi alla folla, con il capo completamente coperto e con un solo occhio libero, in modo da essere irriconoscibili e potendo così chiedere e ottenere doni dagli uomini. Prassi che, nonostante i decisi interventi dei vescovi dalla seconda metà del Cinquecento, scomparve solo nell'Ottocento.
L'eruzione dell'Etna del 1669, con la lava che giunse fino in città, e il terremoto del 1693, che distrusse Catania insieme gran parte della Sicilia orientale, determinarono cambiamenti anche nel programma della festa in onore di sant'Agata. Dopo il 1693, soprattutto, i festeggiamenti furono sospesi per circa un ventennio e l'assetto urbanistico della città ricostruita indusse a ridisegnare il percorso processionale dentro le mura cittadine, valorizzando piazze e nuove strade ampie.
Altre novità vennero man mano introdotte. La sera del 3 febbraio la gara dei cori che eseguivano canti popolari, appositamente composti di anno in anno in onore della patrona. Canti che da ciascun coro venivano eseguiti dopo nei vari quartieri della città. La tradizione si mantenne fino al 1960 ma ormai con canti di repertorio.
Nel corso del Settecento il 4 febbraio fu introdotta la cosiddetta “strisciata”: al passaggio del fercolo sotto i balconi del seminario i seminaristi lanciavano un gran numero di nastri di carta colorata. Tradizione, anche questa, interrotta intorno al 1960. Il percorso della processione in questo giorno si allungò fino a raggiungere alcuni quartieri nuovi, sorti a ridosso delle antiche mura della città: fino alla stazione centrale da una parte e a piazza Palestro dall'altra.
Piuttosto recente fu la mutazione introdotta il 5 febbraio: solo dal 1846, infatti, alla Messa solenne nella ricorrenza del martirio si iniziò ad aggiungere la seconda processione delle reliquie con il fercolo. Il percorso toccava i 6 monasteri femminili (5 benedettini e uno di clarisse) di clausura, rispondendo così al desiderio delle monache di poter “vedere sant'Agata” dalle grate del proprio monastero: dalla Cattedrale a San Placido, ritornava per via Etnea fino all'attuale piazza Stesicoro, tornava indietro per passare davanti ai monasteri di San Giuliano e San Benedetto in via Crociferi, saliva fino al monastero della Trinità (su via Vittorio Emanuele) e scendeva (da via Garibaldi) passando davanti al monastero delle clarisse di Santa Chiara. Dopo la seconda guerra mondiale questa processione venne prolungata fino al quartiere del Borgo,che rinunziò così a tenere propri festeggiamenti concomitanti a quelli cittadini e con proprio fercolo realizzato in legno sul modello di quello della Cattedrale.
Dopo il terremoto del 1693 si ebbero due importanti innovazioni Il fercolo fu posto su quattro mezzelune trainato da gran numero di devoti per mezzo di due lunghe corde, mentre altri lo alzavano a spalla. Nel Novecento le mezzelune furono sostituite dalle ruote e non fu più necessario sostenerlo a spalla. I ceri votivi divennero le attuali undici candelore: da strutture che cambiavano ogni anno, divennero stabili e di legno con al loro interno il cero e all' esterno scene del martirio di sant'Agata.
Degno di nota è, infine, quanto accaduto durante l’episcopato di Giuseppe Benedetto Dusmet (1867-1894). Per porre fine alla prassi che il programma della festa veniva deciso e firmato soltanto dal sindaco, che addirittura invitava il vescovo a prendere parte ai festeggiamenti, e per liberarsi da altre dipendenze dovute al finanziamento comunale della festa, nel 1876 l'arcivescovo ne pubblicò lui il programma e dispose che fosse finanziata con le offerte dei fedeli, delle quali diede pubblico resoconto.
Oltre al dopo terremoto del 1693 anche in altri anni i festeggiamenti in onore di sant'Agata hanno subito radicali ridimensionamenti o sospensione. L'ultima volta nel 1991 in occasione della guerra del Golfo Persico: si è tenuta solo una processione a carattere penitenziale con il busto reliquiario e lo scrigno portati a spalla, dalla Cattedrale a Piazza Stesicoro, luogo del martirio della santa patrona.

a cura di Mons. Gaetano Zito
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